Osayande: “Il mio sogno è quello di trovare un lavoro ed essere felice, e perché no, giocare a basket, penso di esserci portato”.

Ragazzo nigeriano racconta la sua storia

Secondo un recente studio realizzato dall’Ethical Journalism Network (https://ethicaljournalismnetwork.org/wp-content/uploads/2017/03/Draft_Migration_and_Media_Report.pdf), sono due le narrative fondamentali proposte da giornali e tv: i migranti come vittime e i numeri per la minaccia della cosiddetta “invasione”.

Raramente ci si concentra sulla storia di vita del migrante o del rifugiato, a cui occorrerebbe dare il giusto peso.

Osayande, per gli amici Osas, è un ventisettenne nigeriano arrivato in Italia sette anni fa. Rieti, oramai, è la sua città, la città che da tempo gli offre rifugio e salvezza.

Gli è stato chiesto di raccontare la sua quotidianità, di raccontare sé stesso come persona, senza l’etichetta di migrante. Solo Osas, solo la sua storia, solo la sua giornata.

“La mattina, appena mi sveglio, sono costretto a venire qui, anche quando non mi sento bene, e cercare qualcuno che con qualche spiccio possa aiutarmi”. Così esordisce il ragazzo, che quasi ogni mattina si trova all’entrata di uno dei bar più frequentati della città.

“Cerco un lavoro”, continua, “ma attualmente in Italia non c’è, quindi la cosa migliore per me è venire qui e racimolare qualcosa. Nel mio documento c’è scritto che sono un lavoratore autonomo, inteso come venditore ambulante, ma la parola “lavoratore” sembra una presa in giro, uno scherzo”.

A volte, ha detto, qualcuno si intenerisce e gli affida qualche mansione e lavoretto, dandogli quello che, in una giornata intera fuori da un bar, non riuscirebbe a raccogliere.

“Le persone pensano che mi piaccia stare qui a chiedere soldi, non si rendono conto che se potessi ne farei a meno. Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia, i miei amici”.

Osayande prosegue a raccontare la sua giornata tipo. La mattina fuori da un bar; il pomeriggio impegnato in qualche incarico o alla Caritas di Rieti, alla ricerca di vestiti che, con temperature così rigide, gli consentano di non morire di freddo; la sera a casa, con i suoi compagni di appartamento, con cui condivide spese e consumi.

Una vita regolare, fatta di giorni che si ripetono uguali e, come la sua, anche quella della maggior parte dei suoi compagni.

Alla domanda sul suo precedente vissuto in Nigeria, risponde: “la mia vita in Nigeria era piena di problemi, la Nigeria è divisa da lotte intestine, guerre tribali, per non parlare della debolezza del governo centrale e delle violenze di Boko Haram. È difficile vivere in Africa, è pericoloso. Mio padre è morto”.

Altro argomento affrontato è stato quello sulla piaga sociale e culturale del razzismo, per il quale il ragazzo ha dimostrato di avere un’opinione molto chiara. “Penso che in Italia la situazione non sia differente rispetto ad altre parti del mondo. Io non sono nella tua testa come tu non sei nella mia, pensiamo cose diverse, abbiamo usanze e tradizioni diverse, ma non per questo ci si deve odiare e non rispettare.”

Osas continua affermando che si conosce poco il mondo che ci circonda, si rimane spesso nel proprio piccolo e sostiene che anche in Nigeria esiste il razzismo, basti pensare alle stesse guerre tribali e alle fazioni opposte, che vedono diverse opinioni sfociare in un vero e proprio conflitto.

“Le persone non viaggiano da paese a paese, sono ignoranti, di mentalità ridotta”, sostiene.

“Quando viaggi, le esperienze ti portano a pensare diversamente. Il razzismo non è concretezza, è un fatto di mentalità. Il nuovo fa paura e le persone come noi, che veniamo da paesi diversi e lontani, dove c’è guerra e povertà, non piacciono, non sono ben viste”.

Il ragazzo, infine, afferma di avere sogni e progetti per il futuro, quel futuro che nel suo paese non avrebbe mai potuto immaginare: “Il mio sogno è quello di trovare un lavoro ed essere felice, e perché no, giocare a basket, penso di esserci portato”.

Serena Lelli

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